ECCLESIASTICI E MASSONI
PER UNIRE LA NUOVA ITALIA

Pietra grezza e scalpello Le cronache di Istituzioni dal passato illustre a volte ne deformano l'immagine, ne ingigantiscono i difetti e ne fanno scordare i meriti. È il caso della Libera Muratoria, in Italia più chiacchierata che davvero conosciuta, anche se non mancano suoi profili rigorosi, come La massoneria italiana dalle origini al nuovo millennio di Luca G. Manenti (ed. Carocci). La sua immagine nell'opinione comune e anche in molti settori di quella “accademica” ha fatto molti passi all’indietro rispetto a quasi cinquant'anni addietro, quando, era il 1980-198, per stabilire se le logge abbiano davvero svolto un ruolo costruttivo “per” e “nella” Nuova Italia si tennero a Palazzo Carignano (Torino) e a Villa Medici, sul garibaldino Gianicolo in Roma, sede albeggiante del Grande Oriente d'Italia, le mostre sui Massoni nella storia d'Italia. Il catalogo approntato per la seconda  mostra perlustrò le opere di scienziati, letterati, scrittori, artisti, compositori, uomini politici, militari… alla ricerca di un disegno riconducibile a un'idea di Italia, connessa ai principi costitutivi della massoneria, enunciati dalle costituzioni di Anderson e Desaguliers e ripetuti nelle costituzioni del Rito scozzese antico e accettato, il più diffuso nel mondo.    L’importanza dell'opera attuata dalla prima generazione dei massoni dopo l'Unità (1861) non va cercata nel reclutamento di iniziati, nella moltiplicazione di logge e nella gara per dar vita a un corpo nazionale capace di fondere le diverse organizzazioni preesistenti, né, infine, nella preparazione e nello svolgimento di “assemblee costituenti”, teatro di aspre lotte per la conquista del potere centrale dell'Istituzione. Essa si espresse in altro modo: attraverso il contributo effettivo che i singoli “fratelli”, personaggi illustri o semplici “operai”, dettero all'avvento della “Nuova Italia” sino ad allora vagheggiata da una esigua minoranza di patrioti.    Per venirne in chiaro giova vedere quale cognizione dell’Italia avesse la maggior parte degli abitanti del Regno e quali enormi progressi la coscienza nazionale realizzò in brevissimo tempo, grazie a una pattuglia di scrittori, anche senza direttive di un “Governo dell’Ordine”, che esisteva solo nelle ambizioni di chi aspirava a impadronirsene (fu il caso di Ludovico Frapolli) e nelle visioni arcaiche dei clericali integralisti, che lo dipingevano come “sinagoga di Satana”.    Nel 1861 che cosa davvero gli italiani sapevano dell’Italia? Alcuni ne parlavano moltissimo e con fervore, ma di seconda mano, sulla base di reminiscenze e racconti. Pochissimi ne avevano cognizione diretta. Valeva anche per Camillo Cavour, che conosceva Svizzera, Belgio, un po’di Inghilterra, Parigi e dintorni ma niente della “Francia profonda” e non mise mai piede a Venezia o a Ravenna, né mai si spinse a sud di Firenze, ove andò solo una volta di fuggita, dopo la sua annessione, vi litigò con Vittorio Emanuele II e se ne tornò a Torino. Cavour vaticinò Roma capitale d’Italia senz’averla mai visitata, a differenza di Massimo d’Azeglio che l’aveva vissuta e rimase scettico sulla sua potenzialità di guida morale dei popoli d'Italia. Mazzini la vide con la fantasia del profeta più che con gli occhi. Nel 1849 vi arrivò dopo la proclamazione della Repubblica, proposta da Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino, e di Giuseppe Garibaldi. Ne rimase ammaliato e deluso Non volle rivederla mentre vi transitava sotto scorta nel verso Pisa ove morì il 10 marzo 1872. Gioberti vi andò, ad audiendum verbum, dopo aver fantasticato sulle origini pelasgiche degli “italiani”. Altrettanto vale per centinaia di patrioti che s’immolarono per l’Italia senza conoscerne la realtà effettiva. Le loro gesta sono nobili, ma lasciarono in eredità l’obbligo di far coincidere il nome con i fatti, lo spirito con la carne: un passaggio né facile, né immediato. L'Italia era una pietra grezza. Ma chi aveva martelletto e scalpello per dirozzarla?   

Alla ricerca degli antenati...

A percorrere l’Italia da un capo all’altro furono due Uomini diversi e nondimeno simili: Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Il loro incontro a Patenora Catena, presso Teano  (ottobre 1860), sintetizza bene come, per liberarla o conquistarla o almeno per farsene un’idea, occorreva percorrere l'Italia a piedi, a cavallo, in carrozza, attraversandola con guide non sempre affidabili.    La stragrande maggioranza degli abitanti del Paese conosceva appena i fatti della propria magra esistenza, anche perché non sapeva né leggere né scrivere e se anche era alfabeta aveva altro di cui occuparsi. I due libri oggi citati quali capolavori letterari del patriottismo, Pinocchio di Collodi e Cuore di De Amicis, non sono del 1859-1861 ma degli Anni Ottanta, cioè vent’anni dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala e l’unificazione. Essi furono scritti per la scuola elementare obbligatoria e gratuita, la legge voluta dal massone Michele Coppino, che è del 1877: una speranza, un programma, non ancora realtà. Il censimento del 1881 fotografò l'analfabetismo perdurante in troppe regioni, soprattutto del Mezzogiorno.    Sull’unificazione affrettata del 1861 gravarono secoli di arretratezza e sottosviluppo, di guerre esterne e interne, e altri innumerevoli guai. All’avvento del regno, l’Italia era un’“espressione geografica”, come si dice sia stata definita dal cancelliere dell’impero d’Austria, Clemens von Metternich, un illuminista conservatore. Conosceva e apprezzava l’Italia, la sua cultura, la sua storia. Disse quanto ogni persona colta del tempo suo pensava dopo aver veduto gl’italiani dilaniarsi nelle guerre civili del 1798-1800 e poi chinarsi a Napoleone I e alla Restaurazione. L’Italia non era e non sarebbe stata un “Paese” sino a quando una sua parte rappresentativa non ne avesse preso coscienza.    Purtroppo l’idea di Italia troppo a lungo fu falsata da letterati e sedicenti poeti, che adattarono ai tempi nuovi il formulario del Cinque-Seicento. Veniva celebrata come giardino d’Europa. Invece aveva, come ha, climi differenti, miti in alcune regioni ma asperrimi in altre. Il Mezzogiorno continuò a essere presentato con la formula di Goethe, la terra “dove fioriscono i limoni”: una “cartolina” che non dava da vivere. Quelle etichette fecero danni. Chi la visitava scopriva una realtà del tutto diversa dalle descrizioni di chi l’aveva raccontata solo passando dall’uno all’altro palazzo di notabili o esplorandone posti e postriboli e rimaneva sconcertato e deluso dinnanzi ai fatti: il “sentimento” evocato da Giuseppe Cesare Abba nelle Noterelle di uno dei Mille.    L’Italia aveva un’agricoltura arretrata e mancava di risorse naturali. Aveva un territorio infelice, bonificato con secoli di lavoro durissimo, strappato all’inclemenza dei climi con opere ingegnose di idraulica agraria, di adattamento dei fianchi impervi di colli e monti per coltivarvi alberi da frutto, ulivi e viti: una lotta faticosa insegnata dal poeta latino che esortò a piantare alberi che gioveranno alla generazione seguente. Malgrado secoli di sacrifici, nel 1861 gran parte del territorio rimaneva incolto e inospite. Valeva per vaste plaghe del Piemonte, acquitrinose, paludose, infette; per la “bassa padana” e il delta del Po, per la dorsale appenninica, le paludi pontine, tanta parte delle Puglie e della Sicilia, che stavano meglio di Basilicata e Abruzzi. Giovanni Giolitti, che nel giardino di casa, a Cavour, puliva di persona i tronchi degli alberi col guantone di ferro, saliva sulla Rocca  per contemplare la bonifica della plaga intrapresa dai monaci cistercensi ottocento e più anni prima.      La prima seria ricognizione dell’Italia venne avviata dall’Istituto Geografico Militare di Firenze nel 1878. Esso studiò palmo a palmo il Paese e lo riprodusse in carte vitali per la sua difesa, perché il governo di Roma non aveva né alleati né amici. Tanta cautela aveva una ragione. Solo nel 1882 Roma sottoscrisse un patto difensivo con Vienna e Berlino. Era difficile coniugare quel presente con la storia che scolari e studenti leggevano nei sussidiari o sentivano narrare in tante cerimonie. Come credersi alleati di chi aveva incarcerato Pellico, impiccato don Enrico Napoleone Tazzoli (previa dolorosa “sconsacrazione”), combattuto la Lega Lombarda, arso vivo Arnaldo da Brescia per far piacere a un papa, compiuto il sacco di Roma del 1527 per costringere Pio VII a subire la riforma protestante e via continuando? Al tempo stesso era impossibile pretendere che i giovani italiani smaniassero per la Francia che da Carlo Magno a Napoleone l’aveva invasa e devastata per secoli. Il nome di Napoleone III suonava sinistro per il sanguinoso annientamento della Repubblica Romana nel 1849, della spedizione garibaldina a Mentana (1867) e per la protezione accordata a Francesco II di Borbone dopo la sua fuga da Gaeta alla volta di Roma, che continuò a considerarlo re.    La politica estera e, conseguentemente, quella militare pesarono sull’immagine che l’Italia poteva e doveva darsi di sé. Perciò divenne necessario proporne almeno la descrizione geografica e il profilo della sua storia e del suo patrimonio artistico. V’era un motivo. Per molti decenni dopo l’avvento del Regno tanta parte degl’italiani visse stanziale. Le mete erano i santuari due passi da casa, visitati una o due volte l’anno coniugando fede e colazioni campestri. Statistiche e memorialistica dicono che gli abitanti delle città passarono la vita nel quartiere ove erano nati, ignorando gli stessi concittadini. A modo loro, le gare tra le contrade erano un fattore di conoscenza reciproca, ma valeva per alcune città (il caso più famoso è Siena), non per la generalità dei regnicoli, che vivevano in piccoli borghi ai margini della storia: lontani dalle scorrerie ma anche dai “progressi”.

 Giornalisti e divulgatori

Ruolo unificante svolsero giornali e riviste. I quotidiani non potevano vivere dei lettori di poche vie. Dovevano ampliare la distribuzione dalla tipografia alla città, ai comuni viciniori, all’intero collegio elettorale, a una provincia, a una regione. L’Ottocento finì senza che si fossero affermati quotidiani davvero nazionali. Vi erano giornali politici influenti (La Gazzetta del Popolo e La Gazzetta piemontese, che poi divenne la Stampa, a Torino, Il Secolo e il Corriere della sera a Milano, il Roma a Napoli, l’Ora a Palermo, il glorioso Corriere Mercantile a Genova e altri quotidiani o fogli di provincia, come la Gazzetta di Parma e poi quella di Mantova) ma nessuno di essi raggiungeva l’intero territorio nazionale. Però parlavano al cuore della nazione, al Parlamento, ai vertici delle amministrazioni provinciali e dei comuni di grandi dimensioni, alimentavano il dibattito. Giornalisti e pubblicisti furono pionieri e protagonisti dell’identità nazionale, che ebbe due piani di costruzione: quello degli studiosi e quello di ricercatori-divulgatori. Non furono conflittuali ma complementari. Ognuno svolse il proprio ruolo, con pregi e difetti, ma con una meta fissa: l'Italia.    Tra i molti esempi possibili tre sembrano paradigmatici.    Il primo è Gustavo Strafforello (Porto Maurizio, 1820-1903). Giornalista ed erudito dalla penna brillante, lavorò per l’editore Pomba di Torino, in prima linea nella pubblicazione di enciclopedie popolari, che ebbero per modello opere straniere. Strafforello tradusse molto dal tedesco e dall’inglese e collaborò anche al Brockhaus’s Conversation-Lexikon. Per un’Italia che aveva fretta di crescere inizialmente rinunciò a scrivere opere proprie. Si prodigò invece per far conoscere i classici del pensiero straniero contemporaneo e accelerare l’europeizzazione degli italiani. Nel 1865 tradusse Self-Help di H. Smiles con il titolo subito famoso Chi si aiuta, il Ciel l’aiuta: vero e proprio breviario della Terza Italia. Strafforello non badò alla qualità letteraria dell’opera, ma alla sua efficacia pratica. L’Italia doveva rimboccarsi le maniche. Il pragmatismo di Smiles fu terreno di confronto con gli scrittori cattolici ispirati da don Giovanni Bosco, impegnati a loro volta a formare per la vita. All’epoca nessuno pensò che Strafforello complottasse contro l’integrità morale degli italiani solo perché era anche massone, come ricorda Filippo Bruno in “La Rivera dei framassoni”, di prossima riedizione. Il progresso era lo statuto di tutti gli europei, incluse le istituzioni culturali dei pontefici, incrementate da Pio IX e dai suoi successori. La Specola Vaticana diretta dal napoletano don Francesco Denza ne fu modello di prestigio universale.    Quando fu abbastanza sicuro di sé, Strafforello pubblicò una cascata di opere, impastate di enunciazioni, esempi, aneddoti. Ebbero immediato e durevole successo la Storia popolare del progresso (1871), Gli eroi del lavoro (1872) sino a Le battaglie per la vita (1902) che fu il suo congedo. La sua opera promosse pragmatismo e positivismo senza pretese filosofiche né rigidità ideologica. Echeggiava lo spirito del tempo e concorreva a suscitarlo, in un circolo virtuoso tra autore e lettori. Si cimentò anche in opere di maggior polso come La sapienza nel mondo e Il dizionario universale di geografia, storia e biografia. All’Italia dedicò un’opera che fu insieme di affetto e di orgoglio, La Patria. Pubblicata a dispense dalla Utet di Torino, fece conoscere non solo la geografia ma anche storia, eroi eponimi, attualità economica, imprenditoriale, commerciale, il tutto corredato da carte, piante topografiche, ritratti, monumenti e vedute: un capolavoro. L’“Illustrazione Italiana” era la televisione dell’epoca per abbienti e professionisti. “La Patria”, divulgata a dispense dal prezzo modesto, raggiunse molti altri. Nessuno dei due volle il primato. Competevano a chi meglio faceva per un obiettivo comune. Non duello, ma sinergia. Per l’Italia.    Altrettanto incisiva fu l’opera di Antonio Stoppani (Lecco, 1824-Milano 1891), presbitero e scienziato di fama mondiale. Fervido ammiratore di Manzoni e di Gioberti, nel 1848, quando ancora era seminarista, da chierico Stoppani aiutò i milanesi nelle Cinque giornate contro gli occupanti. Dopo l’ordinazione sacerdotale si dedicò a studi di paleontologia e glaciologia. Nel 1857 dimostrò per primo l’unità delle Alpi lombardo-svizzere. Fu tra i fondatori dell’Istituto geologico del Regno e concorse alla redazione della carta geologica dell’Italia, importante anche per la vulcanologia e lo studio dei terremoti. Apprezzato da Quintino Sella, fu il primo presidente del Club Alpino Italiano a Milano. La sua opera principale fu e rimane Il Bel Paese, pubblicato nel 1875 e subito di immensa fortuna. Don Stoppani non entrò in dispute teologiche. Parlò dell’Italia, delle sue bellezze naturali e ne esaltò il Creatore. Per lui, come per altri ecclesiastici lungimiranti, come Carlo Passaglia e Luigi Tosti, l’unificazione era un fatto compiuto. Bisognava guardare avanti: alla pace e alla fratellanza operosa. Istruì ed educò senza alzare la voce. Scienza e fede non erano affatto contrastanti, come non lo erano la Nuova Italia e la libertà di religione. Ammiratore dell'abate Antonio Rosmini, nel 1876 si candidò, senza fortuna, alla Camera dei deputati. Alcune sue pubblicazioni finirono nell'Indice delle opere proibite dalla Chiesa. Già a suo tempo preoccupato dal ritrarsi dei ghiacciai e dalla contaminazione delle acque (ne parlò anche con Umberto I e la Regina Margherita) lasciò fare al tempo, che è galantuomo.    Altrettanto efficace di quella di Strafforello e di don Stoppani fu l’opera divulgativa di Mauro Macchi (Milano, 1818- Roma, 1880). Discepolo di Carlo Cattaneo e collaboratore del “Politecnico”, anch’egli prese parte alle Cinque Giornate milanesi del Quarantotto e concorse alla redazione dell’Archivio triennale delle cose d’Italia di Cattaneo. Espulso dal Canton Ticino, ove si era rifugiato, migrò nel regno di Sardegna, voltò le spalle a Mazzini dopo il fallimento della rovinosa cospirazione del febbraio 1853 e si dedicò a organizzare le società operaie di mutuo soccorso. Massone, Mauro Macchi collaborò alla promozione del “Libero Pensiero” con don Giuseppe Bonavino, che lasciò l’abito, prese nome di Ausonio Franchi, si fece iniziare in loggia e assunse la guida del Rito Simbolico Italiano. Poi tornò in religione. Garibaldino, Macchi fu vicepresidente della Lega per la pace e la libertà nel 1867 adunata a Ginevra, ove il Generale predicò la pace universale, ma tra popoli liberi dalla tirannide. Poche settimane dopo il settantenne Garibaldi non esitò a salire a cavallo per liberare Roma dal potere temporale di Pio IX.    L'opera più durevole di Macchi fu l’Almanacco istorico d’Italia pubblicato dal 1868: un'opera vastissima. La scrisse da solo, a lume di candela, tra mille difficoltà. Era il suo modo di credere nella Patria. I maggiori studiosi di statistica lo vollero al proprio fianco: Leone Carpi, Angelo Messedaglia, Cesare Correnti, tutti massoni o amici di massoni o comunque fautori di quell’“idea di Italia” che talvolta nelle logge era motivo di contesa ma venne condivisa dai patrioti. Per lui storia e statistica non erano erudizione, né arida informazione: costituivano le basi per la ricognizione del passato e additavano la via del futuro, lo Stellone d’Italia che ciascuno era ed è libero di interpretare a proprio modo. Nel 1879 venne nominato senatore: rango presagito anche per don Stoppani. Fu tra i segnali della serena pacificazione della Terza Italia, il Bel Paese ove i sapienti erano uniti come nella “Scuola di Atene” di Raffaello Sanzio.    A fare l’Italia concorsero cospirazioni e battaglie, ma altrettanto fecero studiosi che si dedicarono al giornalismo e alla divulgazione ed ebbero spiccata sensibilità per la letteratura e la lingua popolare, incluse le lingue regionali. Fu il caso di Macchi come di Costantino Nigra, solitamente ricordato quale incaricato d’affari e ambasciatore a Parigi; di Felice Govean, autore di romanzi storici e fondatore della “Gazzetta del Popolo” di Torino; e di Luigi Pietracqua, il cui nome non figura nella maggior parte delle recenti storie della massoneria italiana. Eppure ne fu alto dignitario ed ebbe la genialità di scrivere romanzi popolari in piemontese proprio quando la costruzione della Nuova Italia costrinse Vittorio Emanuele II a trasferire la capitale da Torino a Firenze e a Roma.    Tutti insieme, scrittori, divulgatori e giornalisti, molti ecclesiastici e massoni, furono anch'essi “padri della Patria”.                                                                    

Aldo A. Mola 

DIDASCALIA: Don Antonio Stoppani, volontario durante la Terza guerra per l'indipendenza (1866). Rievocato lo scorso 2024, bicentenario della sua nascita, dalle 9.30 alle 12.30 di venerdì 14 febbraio 2025, al Museo Naturale di Storia naturale di Milano (C:so Venezia, 55), don Antonio  Stoppani viene approfondito alla luce degli archivi in un incontro moderato da Suor Benedetta Lisci, del benemerito Centro Internazionale di studi rosminiani (Stresa). Molto attese sono le relazioni di padre Ludovico Maria Gadaleta (“Stoppani, Albertario e la questione rosminiana”), al quale si devono volumi fondamentali dell'Opera Omnia rosminiana, e dell'Arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini, su “Un prete scienziato, perché la fede cerca e promuove la scienza”: un titolo che è tutto un programma nell'anno del Giubileo fondato sulla “speranza” della “pace in terra per gli uomini di buona volontà”. Aldo A. Mola