L'Italia odierna sta all'Europa come il ducato di Parma e Piacenza stava all'Italia prima dell'annessione al regno sabaudo (1848-1859). I Farnese ne furono duchi dal 1545 grazie a papa Paolo III che, asceso al Sacro Soglio da vedovo, lo affidò al figlio Pier Luigi. Alessandro Farnese fu un grande capitano a metà del Cinquecento. Ancor oggi dà il nome a un reparto spagnolo di élite (“Alejandro Farnesio”). Nel Sette-Ottocento il ducato fu“a noleggio”: ora dei Borbone, ora degli Asburgo, poi di Maria Luisa, seconda moglie di Napoleone, e via continuando sino a quando, grazie a cospiratori massoni, d'intesa con Vittorio Emanuele II di Savoia, divenne“Italia”. A sua volta l'Europa odierna, un fastello di Stati che non hanno politica estera e difensiva unitaria, ricorda l'Italia del Cinque-Settecento: Staterelli nelle tenaglie di Potenze autocratiche e persino teocratiche, che pretendono, come pretendevano, di agire con sprezzo della vita umana e dell'ambiente. Napoleone I inglobò Piemonte e Liguria nell'Impero dei Francesi, istituì il regno d'Italia come“marca” dell'Impero, ne assunse la corona e l'affidò al figlio adottivo. Insediò suo fratello Giuseppe e poi suo cognato Gioacchino Murat nel regno di Napoli. Però al suo crollo (1814-1815) una parte significativa di classe dirigente aveva imparato a “pensare in italiano”. Quando gli abitanti del “Vecchio Continente” impareranno a “pensare in europeo”?
Il Mal francese...
Nel 1789 Stati e staterelli “italiani” vennero colti di soprassalto dal turbine della Rivoluzione francese. Le sue “giornate”, dal “giuramento della pallacorda” che elevò il Terzo Stato ad Assemblea Nazionale con il concorso di alcuni aristocratici ed ecclesiastici (9 luglio), e le sue tappe, a cominciare dall'assalto alla prigione della Bastiglia (14 luglio, poi assurta a suo “inizio”), furono convulse e contraddittorie, difficili da capire e da pilotare anche da chi le viveva a Parigi. In pochi giorni furono aboliti i privilegi feudali e vennero proclamati i Diritti dell'uomo e del cittadino (26 agosto). Nella Francia profonda dilagò la “Grande Paura”, il timore, cioè, che la nobiltà potesse vendicarsi affamando e uccidendo borghesi e plebei. L'imposizione al clero del giuramento di fedeltà al nuovo ordine (12 luglio 1790) e la sua divisione tra preti “giurati” e “refrattari” creò una divisione profonda nelle coscienze, più acuta per chi sentiva bisogno di ricevere i sacramenti. In tempi di eccidi, quali ecclesiastici erano abilitati a propiziare la vita eterna? Luigi XVI tentò di fuggire verso il Belgio. Fermato, fu rinserrato nel plumbeo Palazzo delle Tuileries (20 giugno 1791). La Storia scappò di mano. Dal 1792 la Francia visse anni di Terrore. Precipitò nel caos con l’elezione della Convenzione a settembre e la proclamazione della repubblica, le stragi di aristocratici, borghesi e sacerdoti, la condanna alla ghigliottina e l'esecuzione di Luigi XVI di Borbone (21 gennaio 1793) e della regina Maria Antonietta d'Asburgo, la legge sui “sospetti”, che lasciava mano libera al Comitato di Salute pubblica per eliminare gli avversari, la confisca dei beni ecclesiastici, l’imposizione del culto della Dea Ragione, con farsesche processioni in suo onore. I girondini avevano eliminato la “palude” e vennero annientati dai giacobini. I migliori esponenti dell'Illuminismo furono ghigliottinati o indotti al suicidio. Fu il caso del marchese di Condorcet, segretario perpetuo dell'Accademia di Francia, massone. Sospettate di trame occulte, le logge furono perseguitate. Dei tre “campioni” della Rivoluzione, Marat fu assassinato, Danton venne ghigliottinato per volontà di Massimiliano Robespierre, che impose il Grande Terrore, e fu a sua volta rovesciato dai Termidoriani e ghigliottinato (luglio 1794). La Costituzione previde persino il diritto popolare alla rivolta. Per uscire dalla bolgia, occorreva una svolta netta. La compì il Direttorio che si valse di militari per reprimere reazionari e l'estremismo degli Uguali, guidati da “Caio Gracco” Babeuf, giustiziato nel 1797. Le tre rivoluzioni concatenate (diritti dell'uomo, delle nazioni, diritti sociali) dal 1792 divennero materiale da esportazione, in risposta alla coalizione antirivoluzionaria tardivamente organizzata e sconfitta militarmente a Valmy. La Francia visse un periodo cupo. I comandanti militari, ancora legati a regole d’onore, furono subordinati a commissari politici che, su ordine di Parigi o di propria iniziativa, ordinarono l’annientamento di ogni opposizione da Lione a Marsiglia e alla Vandea, ove furono massacrate centinaia di migliaia di persone in una feroce guerra civile alimentata sia da motivi ideologici e religiosi sia dalla svalutazione della moneta e dei suoi surrogati (gli “assegnati”), dall’insicurezza e dalla fame. Il ritratto più efficace di quella tragedia venne scritto da Victor Hugo in “Il Novantatré”. Nel 1792 la Convenzione rispose all’accerchiamento con la guerra, condotta sia attraverso armate di dimensioni modeste schierate sul fronte alpino, sia attraverso agenti inviati a suscitare insurrezioni e moti valendosi della solidarietà di anziani massoni, come il pinerolese Sebastiano Giraud, sia tramite giovani affascinati dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che rimane il maggior patrimonio morale della Grande Rivoluzione. Nella sua fase iniziale questa parve espressione di libertà autentica e di transizione ordinata dal precedente a un nuovo regime, fondato sulla comprensione e sulla fratellanza anziché sull'odio, sullo spargimento di sangue e sull'invenzione di capri espiatori per nascondere le difficoltà di governare. Vittime della Rivoluzione furono dapprima gli aristocratici, poi i preti, quindi i borghesi e infine i rivoluzionari stessi, in gara a chi è “più giusto”, perché più “ispirato (o “spiritato?) degli altri”. Robespierre, “incorruttibile” e “non ricattabile”, scatenò le repressioni più spietate. Dal 1792 anche l’Italia fu infettata da cospirazioni, insurrezioni e guerre. Nella primavera del 1796 a capo dell’Armata d’Italia venne posto il ventottenne Napoleone Buonaparte (Ajaccio, Corsica, 1768-Isola di Sant’Elena, 1821), già amico di Augustin Robespierre, fratello di Massimiliano, e da poco sposo di Giuseppina de la Pagérie, vedova del generale Alexandre Beauharnais, ghigliottinato, già madre di Ortensia e di Eugenio, e iniziata in una loggia “di adozione”. Nel volgere di un anno Bonaparte sconfisse il regno di Sardegna e l'armata dell’Impero, rovesciò a Venezia la plurisecolare repubblica dogale e alla pace di Campoformio (1797) la cedette all'Imperatore d'Asburgo in cambio delle Fiandre. Impose enormi tributi agli altri Stati italiani sotto minaccia di devastazione. Contrariamente a quanti, come Ugo Foscolo, lo osannarono quale “Liberatore”, Napoleone non faceva la guerra per gli italiani ma per la Francia e per la propria ascesa.
...contagiò l'Italia
Nel 1798 Bonaparte guidò una spedizione in Egitto per colpirvi gli interessi britannici, mentre in Italia i sovrani erano costretti alla fuga da rivoluzionari che, col sostegno francese, instaurarono repubbliche. La Francia visse travagli interni che ne distolsero le forze dai teatri secondari, quali appunto l’Italia, ove nel 1799 irruppero armate asburgiche e russe, comandate da Alexander Suvarov, per restaurare i sovrani deposti, sostenuti da masse organizzate dal clero e da fautori dell’antico regime. Presto i preti italiani scoprirono che i cosacchi, ortodossi, erano peggio dei rivoluzionari. Tra il 1796 e il 1800 l’Italia fu immersa nel sangue come non accadeva da secoli. Vi dilagò una guerra che non si sostanziò solo nel conflitto tra francesizzanti da una parte e reazionari dall’altra, tra giacobini e clericali, tra razionalisti e fideisti. Ogni suo segmento ebbe risvolti politici, economici, sociali, culturali, in un groviglio di interessi di potenze straniere e di appetiti locali. Come altre guerre a larga partecipazione “popolare”, anche quelle del 1796-1800 furono contrassegnate da violenze, efferatezze, orrori. Ne ha scritto Edoardo Calandra in “La Bufera”.La lotta contro l’Armata d’Italia di Napoleone e l’azione dei francesi nel 1796-1800 è detta insorgenza. Essa iniziò con la guerriglia sulle Alpi occidentali (1792-96), riprese nel maggio 1796 in Lombardia, in Romagna e a Massa e Carrara. Il 1798 registrò insorgenze nei territori dello Stato pontificio e ad Andria, ma l’anno cruciale fu il 1799 con tre epicentri: l’Italia meridionale; il Piemonte, corsa dalle Masse Cristiane di Branda de’ Lucioni; e il movimento del “Viva Maria” in Toscana, con epicentro in Arezzo, Umbria e Isola d’Elba. Le insorgenze mobilitarono centinaia di migliaia di uomini. Sbarcato in Calabria con soli sette seguaci, il cardinale Fabrizio Ruffo (che non era ordinato prete) ebbe un seguito enorme e travolgente. Le “Compagnie di Santa Fede” ebbero il sostegno di popolani fanatizzati. Furono anni difficili, drammatici. Nel loro corso si registrarono casi di antropofagia, non tanto rituale ma per fame disperata. Gli eventi bellici in molti casi divisero le famiglie. Orate fratres...
La guerra civile fu combattuta anche attraverso una miriade di libri, opuscoli, manifesti. Fu un’età di “orazioni civili”, sostitutive di quelle ecclesiastiche. Salotti, circoli e caffè avevano in Italia una ormai lunga tradizione, come le prediche sacre. L’avvento delle repubbliche instaurò prima il costume poi l’obbligo dei discorsi patriottici, avversati con veemenza dal clero. Il risultato fu la diffusione di idee sino a poco prima quasi sconosciute o accennate in forma ellittica: Italia quale patria, patria come repubblica, repubblica quale sovranità popolare. Il trinomio “libertà, uguaglianza, fratellanza” (ideato nel 1848 da Alphonse de Lamartine per divisa dei massoni) nel corso della rivoluzione non fu affatto in uso. Le insegne erano Libertà o Morte (degli altri), Unione, Salute... Nel giugno 1800 Napoleone sconfisse gli imperiali a Marengo (Alessandria). Negli anni seguenti l’Italia visse profondi e continui cambiamenti. Già succuba dei Borbone e degli Asburgo, l’intera penisola fu dominata dalla Francia, che incorporò Piemonte e Liguria. Dal 1798 Carlo Emanuele IV di Savoia aveva dovuto cedere gli Stati di terraferma e riparare in Sardegna. Dalla fusione tra la Repubblica cispadana e quella cisalpina (che per prima usò bandiere tricolori con il verde al posto del blu) nacque la Repubblica italiana, incardinata su Lombardo-Veneto ed Emilia-Romagna. Il 2 dicembre1804 Napoleone s’incoronò a Parigi imperatore dei francesi. Giuntovi da Roma, papa Pio VII fece da spettatore. Su imposizione di Napoleone, la Repubblica italiana divenne Regno d’Italia. Il 26 maggio Napoleone si proclamò re d'Italia a Milano, “toccando” la Corona Ferrea, emblema della regalità “in” e “sull” 'Italia e passò il testimone al figlio adottivo, Eugenio di Beauharnais, col rango di viceré, sorretto da una dirigenza italo-francese promossa dal Supremo Consiglio del Rito scozzese antico e accettato “en Italie”, costituito a Parigi il 16 marzo 1805. Passato a Milano al seguito di Eugenio, il 20 giugno esso costituì il Grande Oriente d'Italia, a imitazione di quello di Francia. Il Regno d'Italia non fu dunque uno Stato indipendente. Era una marca dell'Impero napoleonico. Nel 1806 Napoleone rovesciò Ferdinando IV di Borbone dal regno di Napoli e ne assegnò la corona a suo fratello maggiore, Giuseppe, che a sua volta istituì un Grande Oriente di Napoli, nel quale affluirono illuministi sopravvissuti al feroce massacro perpetrato dall'ammiraglio Horatio Nelson dopo la vittoria sulla Repubblica, annientata per conto del Borbone. Quando Giuseppe Bonaparte divenne re di Spagna, a Napoli gli subentrò il cognato Gioacchino Murat. Il Borbone rimase in Sicilia sotto tutela dell'inglese lord Bentinck. Nel 1809 papa Pio VII fu deposto da sovrano su Roma e deportato nei confini dell’Impero, prima Oltralpe poi a Savona, che era francese. Re di Roma fu proclamato Francesco Carlo Napoleone, figlio di Napoleone e della seconda moglie, Maria Luisa d’Asburgo, il cui padre era stato costretto a rinunciare al titolo di Sacro romano imperatore e retrocesso a Francesco I d’Austria, perché la Nuova Europa non poteva avere due imperatori. Nel frattempo anche gli Stati minori “italiani” furono incorporati nel “sistema napoleonico”. La Toscana fu assegnata alla sorella, Elisa Bonaparte Baciocchi, mentre i Paesi Bassi andarono a suo fratello Luigi, maritato con Ortensia Beauharnais. Paolina Bonaparte sposò Camillo Borghese, governatore del Piemonte. Re di Westfalia venne creato Gerolamo, fratello minore dell'imperatore. Il dominio diretto e indiretto francese si sostanziò nell’adozione dei codici napoleonici (civile, penale e commerciale) in tutti gli Stati italiani, nell’imposizione del francese nelle regioni direttamente assorbite da Parigi e nell’introduzione del sistema metrico decimale e di un nuovo assetto politico e amministrativo all’insegna di semplificazione e uniformità. Il dominio franco-napoleonico fu nettamente diverso dalle egemonie precedenti. Gli Asburgo di Spagna o d’Austria e i Borbone di Spagna e di Francia esercitavano il potere senza alcuna pretesa di ispanizzare o di austriacare. Invece l’obiettivo napoleonico fu francesizzare le terre annesse ed esercitare un’egemonia ideologica e culturale sulle altre. Gli italiani erano chiamati a “pensare in francese”. In risposta la lingua italiana venne scoperta quale tessuto connettivo del riscatto. Cardine della riscossa fu la memoria. Lo disse meglio di tutti Ugo Foscolo ne “I Sepolcri” e nell’orazione inaugurale all’Università di Pavia, aperta dall'esortazione alla storia. Il sistema napoleonico crollò dopo l'offensiva contro la Russia di Alessandro I. La Restaurazione sognò di riportare all'indietro le lancette della Storia. Ma i semi gettati nell'età franco-napoleonica germogliarono.
Onda di ritorno e universo massonico.
Con la legge del 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II di Savoia (1820-1878) assunse per sé e per i discendenti il titolo di Re d'Italia. Il nuovo Stato fu un punto di arrivo e un punto di partenza. Nacque per una somma di circostanze straordinarie. Dopo l'età franco-napoleonica, costata cinque milioni di morti in venticinque anni, fu l’unica somma di genti a prendere forma di Stato. Perciò divenne modello per i popoli non ancora indipendenti. La moltiplicazione degli Stati “nazionali” ebbe luogo dopo la Grande Guerra del 1914-1918, una catastrofe costata quattordici milioni di morti e rovine materiali e psicologiche. Queste svuotarono dall’interno la Pace di Versailles del 1919 e le successive che ridisegnarono in modo artificioso i territori appartenuti agli imperi di Germania, Austria-Ungheria e turco-ottomano. Le “nazioni” degenerarono in nazionalismi. I nazionalismi assorbirono il socialismo nel nazionalsocialismo. Dopo la seconda guerra mondiale (1939-1945) gli Stati dell’Europa continentale persero autonomia politico-militare e identità culturale. Si smarrirono nei sentieri che vede emergere i popoli dei continenti colonizzati: un'“onda di ritorno” impetuosa. Chiederà molto tempo prima di placarsi. Per molti suoi smemorati abitanti l’unificazione dell'Italia sbiadì. Eppure rimane un fatto, denso di “insegnamenti” sia per i suoi aspetti costruttivi sia per quelli che oggi possono essere considerati “negativi”. Per capire quanto accadde bisogna mettersi nell’ottica dei contemporanei. È facile, ma è anche del tutto inutile, pretendere di “dare lezione al passato”. Occorre invece comprendere la personalità dei protagonisti, la complessità dei movimenti profondi di cui furono interpreti, non sempre consapevoli degli obiettivi finali, e le trasformazioni che hanno lasciato impronta durevole nella cultura e nei costumi. E bisogna rassegnarsi ad ammettere che la storia non procede in maniera rettilinea, con cammino coerente e ascensionale. Procede a segmenti. Che cosa si penserà dei nostri tempi fra uno o due secoli? Non sappiamo, perché nel vortice di mutamenti in corso nessuno è in grado di immaginare il futuro. Tra il Cinque e il Settecento in Italia la storia aveva avuto un ritmo pacato: dominazione straniera, poche guerre, di rado devastanti, cambio di regnanti. Con la Rivoluzione francese improvvisamene accelerò. Tra le innovazioni più importanti dell'età franco-napoleonica in Italia vi fu la diffusione delle logge massoniche. Ne erano già sorte dal 1730 su iniziativa inglese, francese, “germanica”, ma policentriche e con riti diversi. Tante tessere di un mosaico che univa antichità e futuro e che, all’insegna dell’umanesimo, superava ciò che divide. I “regnanti” passano, i popoli rimangono. Hanno bisogno di Ordini, non di ceppi. Poiché affratellavano persone al di là delle confessioni religiose e si raccoglievano senza alcun “assistente ecclesiastico” in un mondo di sorvegliati, i massoni furono subito sospettati di tramare ai danni degli altari e delle corone. Il papa-re Clemente XII usò l'arma più efficace: la scomunica. Valeva per i cattolici, non per i tanti che non lo erano. Così, mentre altrove i massoni erano liberi di radunarsi a piacer loro, nei domini pontifici dovettero diventare più segreti di prima. È quanto anche oggi accade nei regimi repressivi. Anche Carlo III di Borbone “per la grazia di Dio Re delle due Sicilie, di Gerusalemme &c., Infante di Spagna, Duca di Parma, Piacenza, Castro &c., Gran principe ereditario in Toscana &c.”, il 10 luglio 1751 proibì nel suo regno la “nuova Società, nominata de' liberi muratori o Francs-Maçons” per “il sacrilego abuso del giuramento, per la dissolutezza delle crapole [sic], sorgive tutte di perniciose conseguenze”. Già” “scommunicati” [sic] dalla Santa sede, i massoni andavano puniti come perturbatori della pubblica tranquillità e quali rei della sua sovranità. Poi, in un paio di generazioni tutto mutò. E si arrivò alla nascita del Regno d'Italia, sospettato di essere frutto di un complotto. Invece tutto avvenne alla luce del sole raggiante. Ne fu campione Giuseppe Garibaldi, primo massone d'Italia. Un “uomo universale” che scelse di vivere a Caprera e che per la propria salma chiese la “pira omerica”. Il miracolo e il problema dell'Italia sta nella sua nascita nel volgere di pochi mesi: la rapidità del parto dopo secoli di gestazione.
Aldo A. Mola
Didascalia: Clemente ma spietato. Papa Clemente XII (Lorenzo Corsini, nato a Firenze, nel 1652, completamente cieco dal 1732) nel 1738 scomunicò i massoni. Nel 1739 il cardinal Firrao decretò la pena di morte e la distruzione dei locali nei quali si radunassero. Su di lui p. José Antonio Ferrer Benimeli, “La primera condena pontificia de la Masoneria. El secreto de las causas”, Oviedo, ed. Masonica, febbraio 2025. Il dialogo della Chiesa con i massoni forse interessa ai massoni cattolici, non agli gnostici e ai pelagiani, capaci di ragione e quindi di distinguere il male dal bene e concepire la legge morale.