QUANDO LA SANTA SEDE
                                              “RICONOBBE” L'ITALIA

Quando l'Italia “mangiò del Papa”

Nei “media” è scivolato come acqua su levigatissime pietre l'anniversario dei Patti Lateranensi sottoscritti l'11 febbraio 1929 da Benito Mussolini, capo del governo, per il Regno d'Italia, e dal cardinale Pietro Gasparri, segretario di Stato della Santa Sede. Eppure quel giorno è davvero “particolare” nella storia non solo d'Italia ma del mondo intero perché segnò il riconoscimento formale dello Stato della Città del Vaticano. Il ruolo universale del Papa, vicario di Cristo e capo della chiesa cattolica apostolica romana, non era stato messo in discussione dalla spogliazione dello Stato pontificio da parte del regno di Sardegna nel 1859-1860, che annesse l'Emilia-Romagna, l'Umbria e le Marche, forte del plebisciti dell’11-12 marzo e del 4-5 novembre 1860 con cui gli elettori chiesero di far parte della monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II. Papa Pio IX, nato a Senigallia, divenne più italiano di quanto già era.    Dieci anni dopo, il XX settembre 1870, quel processo si concluse con l'ingresso in Roma del IV corpo d'esercito comandato dal cattolicissimo Raffaele Cadorna. La “debellatio” del potere temporale del papa non comportò l'occupazione militare dei Sacri Palazzi compresi nella “città leonina”. Il segretario di Stato di Pio IX, cardinale Pietro Antonelli (che, va ricordato, non era sacerdote) chiese per scritto a Cadorna di entrarvi, ma solo in via eccezionale, per tutelare l'ordine pubblico turbato da tumulti anticlericali che minacciavano di degenerare in violazione di luoghi sacri e atti inconsulti contro ecclesiastici. Per ragioni di sicurezza il governo nominò Camillo Manfroni commissario di polizia di Borgo, il quartiere prospiciente il Vaticano: posizione propizia per vegliare e al tempo stesso per tenere contatti riservati con la Santa Sede, come da lui narrato nel Diario, “Sulla soglia del Vaticano”.    Privo della tutela esercitata da Napoleone III, antico carbonaro, sconfitto dai prussiani il 2 settembre 1870 a Sedan e cancellato dalla Francia, ove fu proclamata la Repubblica (la terza, dopo quelle del 1848-1851 e del 1792-1804), malgrado tutto Pio IX non rimase affatto isolato. Gli ambasciatori degli Stati amici restarono al suo fianco. Per comprensibile animosità contro il regno d'Italia che gli aveva sottratto il Lombardo-Veneto e rivendicava il confine al Brennero e al Quarnaro, l'impero d'Austria-Ungheria, il regno di Baviera e persino Londra si attendevano dall'Italia misure che garantissero la sicurezza del pontefice, nel quale si riconoscevano i tanti cattolici dei loro Stati. Valeva anche per molti Paesi delle Americhe, inclusi gli Stati Uniti. Perciò il governo italiano varò le leggi “delle guarentigie” che – ricorda Tito Lucrezio Rizzo in “La Chiesa in prima linea, dal Colle più alto al fango delle trincee” (Roma, Aracne, dicembre 2024) – riconobbero al papa prerogative di sovrano. Benché arroccato nei Sacri Palazzi, ove si considerò “prigioniero”, Pio IX ebbe piena libertà non solo di esercitare il magistero di capo della Chiesa (poco prima dell'irruzione del XX Settembre il Concilio Vaticano aveva riconosciuto l'infallibilità dei suoi pronunciamenti “ex cathedra”, determinando la secessione dei “vecchi cattolici”, prevalentemente tedeschi) ma anche di svolgere un ruolo politico vero e proprio: accreditare ambasciatori e nominare suoi nunzi e legati, comunicare in cifra e conservare privilegi formali di capo di Stato. La legge delle guarentigie (13 maggio 1871), fortemente voluta da Vittorio Emanuele II e dai suoi ministri, specialmente Giovanni Lanza ed Emilio Visconti-Venosta, stanziò anche una somma ingente a ristoro dei beni sottratti alla Santa Sede.   

“Conciliazione” e “laicizzazione” silenziose

Sino alla grande guerra del 1914-1918 si moltiplicarono pulsioni sia conciliatoristiche sia di rigorosa separazione dello Stato dalla Chiesa. La “conciliazione silenziosa” (fortunata formula di Giovanni Spadolini, storico e politico da ricordare nel centenario della nascita) andò di pari passo con la “laicizzazione silenziosa”. La prima non si tradusse nel riconoscimento dell'Italia come “fatto compiuto”. Il re e i suoi governi rimasero colpiti da interdetto. Sulla scorta di insigni storici e giuristi, nel già citato saggio Tito L. Rizzo documenta i travagli sorgenti in momenti cruciali, quali la morte del cinquantottenne Padre della Patria e la sua sepoltura non al centro del Pantheon, come richiesto, ma nella cappella centrale, sul lato destro del tempio, e l'abilità del Cappellano maggiore della Real Casa Valerio Anzino nel superare via via gli ostacoli per l'amministrazione del viatico (ne ha scritto anche Aldo G. Ricci). La “comprensione” comportò anche l'assoluzione “post mortem” di Umberto I, assassinato da Gaetano Bresci a Monza il 29 luglio 1900.    La “laicizzazione silenziosa” a sua volta si arrestò davanti a due muri invalicabili: l'introduzione del divorzio e l'abolizione dell'insegnamento della religione cattolica nella scuola elementare. Entrambi divennero temi incandescenti nel primo decennio del Novecento. Sicuro di avere partita vinta, il presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli, antico massone, spinse Vittorio Emanuele III a preannunciare in un discorso della Corona una riforma del diritto civile, ma dovette fare retromarcia dinnanzi a tre milioni di firme antidivorziste raccolte in pochi mesi dai parroci di tutta Italia. Propugnata dal socialista temperato Leonida Bissolati, la cui affiliazione massonica non è documentata, il 17 febbraio 1908 l'abolizione del catechismo nell'insegnamento ottenne alla Camera appena 65 voti favorevoli su 508 (il 12%). Con molti massoni deputati, contro la riforma si schierò Giovanni Giolitti, benché da presidente del Consiglio avesse ammonito che Stato e Chiesa sono due parallele destinate a non incontrarsi mai e che in questioni religiose lo Stato è del tutto “incompetente”. Quel voto spaccò il Grande Oriente d'Italia, proprio mentre Pio X scomunicava i modernisti. Iniziava la dis-unità d'Italia. Per Giolitti, ultimo uomo del Risorgimento, l'accesso dei cattolici alle urne per l'elezione dei deputati, in deroga “al non licet” e al “non expedit” disposti dalla Sacra Penitenzieria, non doveva tradursi in ingerenze del clero in questioni politiche. Al tempo stesso lo Stato non doveva interferire nelle coscienze delle famiglie.    Segno dei mutamenti in corso furono la solenne consegna della bandiera e la benedizione della corazzata “Roma”, celebrate a Civitavecchia il 3 ottobre 1909, presenti il Re e l'israelita Ernesto Nathan, sindaco della Capitale e già gran maestro del Grande Oriente d'Italia. Il segretario di Stato vaticano Rafael Merry del Val (sul quale si veda la biografia scrittane da Roberto de Mattei, ed. Sugarco, 2024) sconsigliò al vescovo di presenziare. Intervenne invece e orò il Cappellano maggiore della Real Casa, Giuseppe Beccaria, che, ricorda Rizzo citando da “Il Popolo Romano”, tenne un discorso da far invidia al Vate: «Il sacro, il candido, il sempre vittorioso tricolor d'Italia, benedetto da Dio sta sull'antenna. Chi contro di esso? La bianca croce, labaro novello della novella Italia, vaticina ancor essa “In hoc signo vinces”.» Rivolto direttamente alla nave, il monsignore aggiunse: «A te più vasto si dischiude il campo delle nuove conquiste. Te acclameranno i popoli che Roma onorano. Corri per tutti i mari fidente in Dio e nel suo nome torna vittoriosa, e fiera dici alla Madre Italia: lieta novella io porto, la nostra Patria è grande, essa è dovunque rispettata e temuta. Oggi orgoglio, domani, o nave vittoriosa, ti sarà anche di premio il nome eccelso di Roma, di Roma l'eterna, di Roma l'augusta, di Roma la forte, di Roma dominatrice del mondo.» Erano parole anticipatrici dell'Inno a Roma, musicato dieci anni dopo da Giacomo Puccini, e di tanti discorsi tenuti nel Ventennio da chi, come Mussolini, nel 1909 era socialista rivoluzionario e nemico dichiarato della monarchia sabauda, si proclamava antimilitarista e tre anni dopo sarebbe stato incarcerato, come l'allora repubblicano Pietro Nenni, per aver cercato di impedire la partenza di militari destinati a combattere i turchi per la proclamata sovranità italiana sulla Libia.   

Triangoli segreti: Barone, Pacelli, Gasparri...

  La partecipazione del clero alla grande guerra radicò in molti liberali la convinzione che fosse tempo di avviare la “conciliazione” con la Santa Sede. Nel 1919 ci provò invano Vittorio Emanuele Orlando, a margine del congresso di Pace a Parigi. Poi il Paese visse altre priorità. Proprio l'irruzione dei cattolici nella vita politica, tramite il partito popolare italiano, allontanò le due rive del Tevere.    Il 1925 fu l'anno che conosciamo. Iniziò il “regime”. Venne aperto dal discorso di Mussolini alla Camera il pomeriggio del 3 gennaio, un sabato. Il duce assunse la responsabilità della “rivoluzione fascista”, respinse l'accusa di connivenza con il rapimento e la morte di Matteotti e sfidò chiunque a incriminarlo a norma dello Statuto. L'opposizione era assente. Popolari, socialisti, repubblicani, demosociali, democratici, liberali, a parte la pattuglia capitanata da Giolitti, rimaneva sull'“Aventino” come un gufo impagliato. Fu il suo terzo suicidio politico. Il primo era stato il “no” a un governo Giolitti, che nel 1922 sbarrasse la strada a Mussolini. La responsabilità storica cade sul fondatore del Partito popolare italiano, don Luigi Sturzo, che oppose il “veto” e da Giolitti venne bollato “prete intrigante”. La seconda fu la mancata opposizione in Aula quando il duce il 16-17 novembre 1922 chiese e ottenne la fiducia. I popolari erano al governo e votarono Mussolini. Nel 1925 il Partito popolare capitanato da Alcide De Gasperi, ridotto dai 100 deputati del 1919 a soli 39 e diviso tra filofascisti dichiarati, dubbiosi e altri, ormai inclini ad abbandonare la zattera della “politica”, uscì di scena e l'anno seguente disparve.    Tirate le somme, la Santa Sede, che non aveva mai delegato la propria rappresentanza al Ppi che si dichiarava di cattolici ma non cattolico ed enunciò un programma senza “imprimatur”, attese che Mussolini affrontasse la “questione romana”. Nel marzo 1926 Pio XI fece intendere all'avvocato Francesco Pacelli il «non lontano desiderio di addivenire ad un accordo con lo Stato italiano». Analogo sentimento espose a Pietro Gasparri, che mostrò di «avere fiducia» in Mussolini. Pacelli ne informò monsignor Luigi Haver, che propiziò un colloquio tra Luigi Federzoni e il cardinale De Lai, nel quale nessuno dei due entrò nell'argomento. Lo stesso Haver fece incontrare Pacelli con il consigliere di Stato Domenico Barone, suo grande amico. Era il 6 agosto 1926.    Dopo tre colloqui con Mussolini, il 30 agosto Barone espose per scritto al duce «i capisaldi proposti dalla Santa Sede per la sistemazione della questione romana». Secondo Pio XI l'iniziativa doveva partire dal governo italiano, tramite persona di sua fiducia. Le trattative dovevano prescindere dalla legge sulle guarentigie e su di esse doveva essere mantenuto «il più assoluto segreto». Sulla scia dei predecessori, il papa non aveva rinunciato alla richiesta di avere «propri mezzi di navigazione marittima», oltre a una stazione ferroviaria, una postazione radiotelegrafica e un hangar per aeromobili. “Re melius perpensa”, il 4 ottobre Mussolini confermò a Barone «l’utilità di vedere finalmente eliminata ogni ragione di dissidio tra l'Italia e la Santa Sede» e lo incaricò di mettersi in contatto con rappresentanti vaticani per conoscerne le condizioni. L'incarico non ebbe «carattere ufficiale, né ufficioso». Fu «strettamente confidenziale». Previo un cenno provvisorio del 6 ottobre, il 24 il cardinale Gasparri incaricò Pacelli (al quale Barone aveva mostrata la lettera di Mussolini) di «un primo confidenziale scambio di idee» e gli indicò i capisaldi del Vaticano: «piena libertà e indipendenza non solamente reale ed effettiva, ma anche visibile e manifesta, con territorio di sua piena ed esclusiva proprietà sia di dominio che di giurisdizione come conviene a vera sovranità ed inviolabile ad ogni evenienza»; riconoscimento da parte delle Potenze, sollecitate dall’Italia; concordato regolante la legislazione ecclesiastica in Italia approvato delle «autorità politiche costituzionali d'Italia, cioè dal Re e dal Parlamento». Patti chiari. Il 24 novembre Pacelli e Barone sottoscrissero un “primo progetto di trattato”, elaborato sulla base di interventi del papa e di Gasparri. Un “memorandum” precisò: «La Santa Sede riconosce formalmente la costituzione di Roma capitale del Regno d'Italia e dichiara quindi definitivamente composta la “questione romana” sorta nel 1870.» Il papa rinunciava alle rivendicazioni temporali. Il 31 dicembre 1926 Mussolini, «autorizzato da S.M. il Re», riconobbe a Barone l'incarico ufficiale di trattare «con la più assoluta segretezza e “ad referendum”».    Dopo quasi due anni di colloqui e scambi di documenti, il 7 novembre 1928 Barone informò Mussolini che Pio XI rinunziava a ogni ingrandimento territoriale rispetto a quanto indicato dalla legge delle guarentigie e rimaneva fermo nella richiesta che la composizione della questione romana avvenisse «senza intervento né preventivo né successivo di governi stranieri» ma quale «accordo che spontaneamente e liberamente viene stipulato fra l'Italia da un lato e la Santa Sede dall’altro», basato «sul riconoscimento di una sovranità (del resto tutt'affatto speciale) della Santa Sede sul territorio del Vaticano, che misura meno di mezzo chilometro quadrato, che l'Italia in realtà non ha mai preteso di avere assoggettato al suo potere sovrano…».   

… il Re, Mussolini e Gasparri Due giorni dopo il duce autorizzò Barone a rendere noto a Pacelli che andava a «provocare da Sua Maestà il Re, già informato di queste azioni e aderente alle medesime, un formale atto di incarico a me – con facoltà di subdelegare – di svolgere le trattative ufficiali e di addivenire alla firma del Trattato e del Concordato, che hanno formato oggetto delle conversazioni svoltesi finora, con l'intesa che da ambo le Parti si continuerà ad osservare il segreto». Il 22 novembre Vittorio Emanuele III autorizzò Mussolini a «iniziare le trattative ufficiali e a mettersi per ciò in relazione con il cardinale Gasparri», con l'intesa che «anche queste trattative saranno segrete in quanto e sino a che le due Alte Parti concordemente non riconosceranno l'opportunità di renderle note». A sua volta il 25 novembre Pio XI autorizzò Gasparri a procedere. Malato da tempo, Domenico Barone, al quale tanto deve l'Italia, morì il 4 gennaio 1929.    Con il fiuto e la determinazione che gli vengono riconosciuti da storici non prevenuti (lo ricorda Antonio Carioti in “40 giorni nella vita di Mussolini. Da Predappio a Piazzale Loreto”, ed. Solferino, 2025), Mussolini prese in pugno le redini delle trattative. Il 7 gennaio invitò a colloquio Pacelli per l'indomani. Al primo incontro ne seguirono altri sette in gennaio e due in febbraio, il 6 il 9, con attente limature dei testi e, per la parte italiana, sottoposti al vaglio di Vittorio Emanuele III, che a sua volta minuziosamente intervenne anche su questioni giurisdizionali. Era il caso, ipotetico, dell'autore di un attentato politico che riuscisse, appena compiutolo, «a saltare entro la cinta del Vaticano». Chi doveva giudicarlo? Nel vaglio dei Patti intervenne anche il ministro di Grazia e giustizia Alfredo Rocco, sempre col vincolo della segretezza. Il 24 gennaio venne stabilito che la Santa Sede «accorderà piena cassazione a tutti coloro che a seguito delle leggi italiane eversive del patrimonio ecclesiastico si trovino in possesso di beni ecclesiastici». Fino ad allora erano sotto l'incubo della maledizione: “chi mangia del papa ne muore”. Il 10 febbraio Mussolini comunicò al Re che la Santa Sede aveva rinunciato a rivendicare un metro quadrato di strada davanti al Palazzo del Santo Uffizio e a includere l'intero fosco edificio nella Città del Vaticano, «contentandosi della immunità». Allegò copia di un articolo di Francesco Saverio Nitti appena pubblicato in Francia e altri paesi, nel quale l'ex presidente del Consiglio da tempo “esule” a Parigi «escludeva categoricamente ogni possibilità di accordo vicino o lontano fra Italia e Santa Sede». Alle 12 dell'indomani, 11 febbraio, sacro all'Apparizione di Lourdes, il cardinale Gasparri, plenipotenziario di Pio XI, e Mussolini, plenipotenziario del re d'Italia, firmarono i Patti Lateranensi: trattato politico, concordato e convenzione finanziaria. “Quod erat in votis”…?   

E poi? Italiani fascisti o cattolici?

L'evento suscitò immediato e vasto consenso nel Paese e influì sull'esito delle elezioni della Camera dei deputati il 24 marzo 1929, che registrarono lo straripante successo del partito fascista, l’unico ammesso in Italia. Molti giornali sottolinearono che la “conciliazione” comportava la definitiva sconfitta della Massoneria. Ma vi erano ancora massoni in Italia? Due tra i suoi esponenti supremi erano reclusi. Il gran maestro Domizio Torrigiani nel 1927 era stato condannato a cinque anni di confino di polizia con un'unica imputazione: “Massone”. Il generale Luigi Capello era condannato a trent'anni di reclusione, tre dei quali in regime di massima severità, quale complice nell'attentato progettato da Tito Zaniboni per il 4 novembre 1925: senza prove convincenti, come deplorato, tra altri, da Maria Rygier in “La Franc-maçonnerie italienne devant la guerre et devant le fascisme” (Parigi, 1930). Molti altri “fratelli” erano nelle alte sfere del regime, a cominciare dal ministero della Pubblica Istruzione/Educazione Nazionale. Lì, dopo l'“iniziato” Dario Lupi, sottosegretario di Giovanni Gentile, si erano susseguiti i massoni Giuseppe Belluzzo e Balbino Giuliano, seguiti più tardi dal “fratello” Giuseppe Bottai.    Il 25 marzo 1929 Ubaldo Triaca, 33∴, già garante di amicizia del Grande Oriente d'Italia con la Gran Loggia di Francia, revocato da Torrigiani per la sua netta opposizione al governo Mussolini, da Parigi diramò alle potenze massoniche una lettera di denuncia del «ristabilimento del potere temporale del Papa» grazie a Mussolini, mirante a guadagnarsi le simpatie e il sostegno dei clericali in Italia e all'estero per assicurarsi la durata della dittatura. Dai Patti, a suo avviso, il pontefice aveva ottenuto il controllo della cultura italiana. Di parere opposto era il filosofo Giovanni Gentile, che rivendicò l’«autonomia indefettibile dello Stato». Lo storico GioacchinoVolpe, dal canto suo, osservò che il Concordato portava qualche pericolo «nelle sue pieghe». Per far capire a tutti il ruolo svolto, Vittorio Emanuele III conferì il Collare della SS. Annunziata a tre Cardinali, Pietro Maffi, Pietro Gasparri ed Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, così creati “cugini del Re”.    Il punto fondamentale fu il riconoscimento dello Stato d'Italia da parte del Vaticano. La Conciliazione non chiuse solo la questione romana, ma anche quella italiana. I Patti non erano stati stipulati tra il fascismo e i clericali, ma tra lo Stato e la Santa Sede. Con il referendum del 2-3 giugno 1946 lo Stato mutò forma, ma la Repubblica rimase tenuta a osservare gli accordi stabiliti in età monarchica. Inserì i Patti nell'art.7 della Costituzione.    L'11 febbraio è quindi un giorno “storico”, meritevole di memoria, al pari del XX Settembre. Sottovalutare o dimenticare l'uno a vantaggio dell'altro non significa “più conciliazione” ma cancellazione della complessità della Storia. Non aiuta a coglierne il peso sul presente, problematico come il passato. 

Aldo A. Mola

Didascalia: Mussolini e Gasparri firmano i “Patti Lateranensi” (11 febbraio 192