Governo e opinione pubblica sono in affanno per i nuovi equilibri (o più esattamente: squilibri) planetari che riportano la comunità internazionale dai grandi blocchi all'anarchia. Il mondo assiste più indifferente che sbigottito a massacri come quello attuato in Siria ai danni degli alawiti. Eppure esso avviene (non è ancora terminato: continuerà nel silenzio delle “diplomazie”) in un lembo del Mediterraneo orientale, un tempo amministrazione fiduciaria della Francia. Che cosa attende questa“Europa”, esangue e invertebrata, a difendere i diritti civili elementari? Gli alawiti sono meno “persone” di altre genti? Per capire il torpore della “cattiva coscienza” dell'Europa odierna e dei governi dei suoi minuscoli Stati giova gettare uno sguardo sui “secoli andati” di un'Italia che è sempre stata parte (e spesso vittima) dell'Europa. Quel passato pesa anche su chi preferisce ignorarlo o rimuoverlo e si benda gli occhi per non vedere il presente e meno ancora impegnarsi per un futuro finalmente in linea con ottanta anni di dichiarazioni universali dei diritti dell'uomo.
Italia: un nome, un destino. Dall'antica Roma...
Il quadro del processo che nell'Ottocento condusse dal Risorgimento all'unità d'Italia va collocato nella sua cornice: la stretta colleganza tra territorio e storia, tra geografia fisica e popolamento; il legame tra parola e realtà. Il nome Italia ha oltre duemilacinquecento anni. Nessuna regione italiana ha denominazione altrettanto antica e distintiva. Dall’antichità i geografi indicarono e descrissero con chiarezza i suoi confini, dal crinale alpino alle grandi e piccole isole. Da ovest a est, dalle Alpi Marittime alle Giulie corre la displuviale, accettata da tutti gli studiosi come l’“ostacolo naturale” che separa e distingue l’Italia dall’Europa. Separazione non significa divisione. Anzi, uno dei principali obiettivi delle popolazioni alpine fu aprire vie di comunicazione tra l’uno l’altro versante dei monti, proprio perché li abitavano entrambi. “Italia”, dunque, non significò né isolamento, né ostilità nei confronti dei popoli transalpini. Però la catena alpina e il mare furono percepiti anche come barriere protettive. Per secoli il sistema politico romano, la repubblica prima l’impero poi, ebbe la sua ragion d’essere nella difesa dell’Italia dagli invasori da qualunque parte arrivassero. Consoli e imperatori si guadagnarono gloria imperitura annientando le popolazioni che la invasero: prima i galli (celti), poi i cartaginesi o punici (fenici). Per garantire la propria incolumità, Roma chiuse centovent’anni di guerre contro Cartagine con la distruzione completa della città nemica (146 a.C.). Sulle sue rovine fu sparso il sale: un “rito” che ne escludeva la ricostruzione. Identica sorte fu riservata a Corinto in Grecia e a Numanzia in Spagna. Al termine di trent'anni di guerre feroci, grazie alla riorganizzazione delle legioni, della strategia e della tattica, con la creazione dei manipoli atti alla fatica alla guerriglia, come li volle Gaio Mario, Cimbri, Teutoni e loro alleati furono sterminati in battaglie di annientamento, come monito per tutti gli invasori. Ai Campi Raudii, presso l'attuale Vercelli, nel 101 a. Cr.i Romani uccisero almeno centomila “barbari”. I sopravvissuti vennero ridotti in schiavitù. Era l'inizio di cinquecento anni di “guerre germaniche” finite con la sconfitta dell'Impero romano in Occidente (476 d. C., data convenzionale). Lo storico Publio Cornelio Tacito scrisse che i Romani dicevano di portare la pace dove facevano il deserto. Usarono metodi duri. Però formarono un impero che alla massima estensione andò dall’Atlantico al Golfo Persico, dalla Britannia al Mar Nero. Dall’antichità il nome e i confini geopolitici dell’Italia continentale coincisero. Tre secoli dopo Augusto, che per primo organizzò la penisola in undici Regioni, l’imperatore illirico Diocleziano aggiunse ai distretti della penisola quelli di Corsica, Sardegna e Sicilia, parte integrante dell’Italia, come le isole emergenti dalla piattaforma continentale. Geografi ed etnografi continuarono a ripeterne per secoli l’italianità. In un’opera monumentale del 1834 Carlo Frilli illustrò i 21 “clivi” italiani. Dopo la nascita del Regno d'Italia l’Istituto Geografico Militare descrisse nel dettaglio il territorio dello Stato sorto dal processo di unificazione nazionale. Dunque la geografia storica non ebbe e non ha dubbi sui confini naturali dell’Italia. Lo stesso vale per gli studiosi della popolazione. Gli etnografi concordano nell’affermare che dalla preistoria l’Italia fu abitata da popoli giuntivi a ondate successive, per terra e per mare. Liguri, camuni e veneti al nord, etruschi al centro e poi greci e fenici nel Mezzogiorno si sovrapposero a popolazioni preesistenti, latine e prelatine, come umbri, sabini, osci, sanniti, bruzi lungo la penisola, e a quelle delle grandi isole (sardi, elimi, siculi, sicani). Il mosaico di stirpi, lingue, costumi, secolo dopo secolo fu inglobato nella Repubblica romana, che divenne il contenitore di realtà diversissime unite da una sola legge e una sola lingua: città federate, municipi con privilegi speciali, colonie fondate da cittadini romani. L’aggregazione fu lenta, ma i suoi risultati furono durevoli. Nel I secolo avanti Cristo gli “italici”, da secoli alleati di Roma (“socii”), insorsero per ottenere la piena cittadinanza. Vennero sconfitti ma ebbero quanto chiedevano. Fu la vittoria dell’“Italia”, per la prima volta raffigurata in una moneta, e della romanità: due facce della stessa medaglia. Tre secoli dopo, nel 212 d.C., la cittadinanza fu concessa a tutti gli abitanti liberi dell’Impero con l’editto di Caracalla (Marco Aurelio Antonino, 211-218), un criminale dissoluto, ricordato per i suoi difetti. A volte grandi innovazioni si accompagnano a squallido degrado. La cittadinanza era il massimo riconoscimento della persona. Valeva il principio “ubi romanus, ibi Roma”: il romano era tutt’uno con lo Stato, che molto gli chiedeva (anzitutto il servizio militare) ma lo tutelava (o vendicava) ovunque. Poi l’Italia divenne una provincia di un Impero che ebbe i suoi centri politico-militari a Nicomedia, Sirmio, Treviri, Milano e poi a Costantinopoli... Nel suo territorio affluirono “ausiliari” (assoldati non romani) e popolazioni barbariche, cioè giunte da fuori confine, con requisiti civili nettamente diversi. Alcune vi compirono scorrerie, altre vi si insediarono stabilmente. Gli invasori furono sempre numericamente poco rilevanti rispetto ai 3-4 milioni di italici. Però erano armati e bellicosi. Per affermarsi soggiogarono alcune città e dilagarono dove poterono. Nel frattempo Roma era divenuta centro di irradiamento della religione cristiana, fondata su Antico Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli: una religione rivelata, i cui capisaldi vennero custoditi dai padri della chiesa, che li difesero da interpretazioni non corrette (eresie), combattute sia con la dottrina, sia con la forza. I contrasti d'interpretazione della natura di Cristo (solo spirito, solo carne, entrambe?) degenerarono in lotte sanguinose. Sull'esempio di Licinio, nel 313 d.C. l’imperatore Costantino riconobbe libertà di culto ai cristiani, sino ad allora perseguitati perché anteponevano l’obbedienza ai precetti religiosi rispetto alle leggi. Dopo la breve parentesi di Giuliano, pagano neoplatonico (361-363), nel 380 l’imperatore Teodosio elevò il cristianesimo a unica religione ammessa. Il culto degli dei, inclusa quello della Vittoria, fu combattuto e sopravvisse solo nei villaggi rurali (“pagi”), ove i “pagani” continuarono pratiche considerate superstiziose, mentre nelle città vescovi (“episcopi”: che “sorvegliano”) e clero (uomini scelti) guidavano i laici (il popolo, profano, ammesso ad assistere da lontano alla celebrazione dei sacramenti o misteri; alle donne erano assegnate posizioni ancor più defilate). Alcune date, almeno una per ogni secolo, aiutano a “fare memoria”. Verso la fine del I secolo d.Cr. Domiziano respinse i Daci e rafforzò il dominio romano nella Germania meridionale (limes germanicus); nel 180 Marco Aurelio, l'imperatore filosofo morì (di peste?) mentre difendeva il confine da Quadi e Marcomanni; nel 260 l'imperatore Valeriano, sconfitto da Sapore I, re dei persiani, nella battaglia di Edessa cadde prigioniero e dovette inginocchiarsi dinnanzi al vincitore; nel 270-275 Aureliano fece costruire le poderose mura a tutela di Roma; nel 378 Valente morì in battaglia contro i goti ad Adrianopoli, forse arso vivo. L'impero visse una decadenza lenta ma inesorabile, descritta da Rostozev in un'opera insuperata, consumò vite e risorse, prima in conquiste (come la Dacia da parte di Traiano) poi in difesa su vari fronti, infine in guerre civili tra aspiranti al trono imperiale. Declinarono il “senso dello Stato” e la forza del diritto a vantaggio della forza bruta. Molti imperatori subirono rivolte militari e furono uccisi, talora dai pretoriani che li avevano insediati. Fu il caso di Pertinace (192 d.Cr.), nativo di Alba Pompeia (l'attuale Alba) Nel 410 d.C. i Visigoti di Alarico saccheggiarono Roma, che ormai era capitale simbolica, mentre quelle effettive erano Costantinopoli e Milano, e giunsero sino a Cosenza. Poi passarono in Spagna e vi si stanziarono. Grazie alla forza militare sostituirono la dirigenza esistente e imposero propri ordinamenti accanto a quelli di Roma. Il cambio non fu chiaro subito né dappertutto. Nel 456 d. C. anche i Vandali di Genserico dall’Africa (Tunisia) assalirono e saccheggiarono Roma. Solo per convenzione si dice che l’Impero romano in Occidente sia finito quando venne deposto Romolo Augustolo (476 d.C.) e Odoacre, già re degli Eruli, governò come patrizio romano. Neppure l’avvento di Teodorico, re degli Ostrogoti (490-526), fu percepito come fine della romanità, poiché era riconosciuto dall’imperatore romano d’Oriente. Era anche cristiano, ma ariano. In secondo tempo Giustiniano tentò di riportare l’Italia nell’impero. La guerra gotico-bizantina causò rovine immense, fronteggiate dalla chiesa e da ordini religiosi come quello fondato da Benedetto da Norcia, elevato santo protettore d’Europa. La riconquista dell’Italia fallì anche per l’irruzione dei Longobardi, guidati da re Alboino (568 d.C.), che dilagarono dal Veneto al Piemonte e lentamente avanzarono verso sud, si consolidarono con i ducati di Spoleto e Benevento e giunsero in Calabria. La loro invasione segnò una svolta netta. Presero corpo due Italie. La ripartizione non fu tra sud e nord, tra pianura padana e resto d’Italia, ma tra dominio dei Longobardi e dominio dei Bizantini.
...all'espansione degli Arabi e al Sacro Romano Impero
Dalla metà del secolo VII il Mediterraneo divenne teatro della guerra santa intrapresa dagli arabi suscitati da Maometto, fondatore di una nuova religione rivelata, i cui capisaldi furono raccolti nel Corano e interpretati dagli imam. L’“islam” (sottomissione a Dio) dilagò nel Vicino e Medio Oriente, sino all'antica Persia, e avanzò dall’Africa settentrionale alla Spagna. Fu fermato in Francia da Carlo Martello a Poitiers (732), ma continuò a incalzare dal mare con scorrerie sulle coste. Qui e là si insediarono e compirono incursioni nelle alte valli, a lungo dominate. I Longobardi non avevano flotte e l’impero di Bisanzio era dilaniato dalla iconoclastìa, una guerra religiosa feroce tra chi ammetteva la raffigurazione di Dio e dei santi e chi la vietava, sull'esempio dei musulmani che accusavano i cristiani di idolatria. Nel 774 i Franchi invasero l’Italia, sconfissero, imprigionarono e abbacinarono il re dei Longobardi e ne assorbirono il regno, d’intesa con il papa, anche per organizzare la difesa contro gli arabi, che tuttavia in seguito giunsero a colpire Roma, Monte Cassino e persino Torino. Il giorno di Natale dell’800 papa Leone III incoronò Sacro romano imperatore il re dei Franchi, Carlo, detto il Grande. La cerimonia avvenne in Roma, capitale di un impero cristiano che andava dai Pirenei all’attuale Ungheria e comprendeva la Germania, a differenza di quello romano di Ottaviano Augusto e di Costantino. La sua unità politica però non resse. I nipoti di Carlo Magno lo divisero in tre regni: i Franchi, i Germani e un’area dal Mare del Nord all’Italia meridionale passando per la Borgogna e la Provenza, detta Lotaringia dal nome del suo sovrano, Lotario, che ebbe la corona imperiale, sempre più insidiata dai grandi signori. In cambio del sostegno all’imperatore, questi ottennero l’eredità dei propri feudi. Il nuovo impero si sfarinò. Ebbe poco da spartire con quello di Roma, fondato sull’unità dalla legge. Dopo le invasioni dei secoli precedenti, talora devastanti come quella degli àvari, seguirono altre scorrerie (màgiari o ungari, slavi, bulgari...). L’impero sopravvisse di nome, non di fatto, malgrado i tentativi di restituirgli vigore compiuti dalla Casa di Sassonia: Ottone I, II e III, che intorno al fatidico Anno Mille sognò la “Renovatio Imperii”, il ripristino dell’impero, fondato ancora una volta su Roma, di concerto con papa Silvestro II (Gerberto di Aurillac), che dal canto suo riscattò il pontificato da decenni di degrado, durante i quali il papa era monopolio di alcune famiglie che giunsero a elevare al Soglio ragazzini succubi delle madri. In quei tempi difficili si affacciò il titolo di “re d’Italia”, già assunto da Berengario I, Ugo e Guido di Spoleto e poi dal marchese Berengario II e da Arduino d’Ivrea, che iniziò la sua affermazione uccidendo il vescovo di Ivrea. Incoronato con la Corona Ferrea, poi emblema della regalità “in” Italia (se non “su” di essa), Arduino rinunciò al titolo e si ritirò nel monastero di Fruttuaria. L'“Italia” fu meno motivante nelle lunghe guerre tra gli imperatori della casa Staufen (Federico “Barbarossa” e Federico II, “stupor mundi”, che alla Germania preferì la Sicilia, già bizantina, araba, normanna): epoca di ascesa delle città (“comuni”) impegnate in armi a difendere prerogative e a ottenere privilegi. E all'inizio del secolo XIII dall'Italia si guardò con interesse al dualismo neognostico dei càtari, fiorenti nella Francia meridionale e annientati dalla “crociata” contro gli abigesi: un massacro indiscriminato che gettò l'Europa occidentale all'indietro nel tempo, costrinse all'organizzazione di sette di cifre segreti (i Fedeli d'Amore, i trovatori...). Il nome “Italia” tornò in documenti politici e descrizioni geografiche e rimase in uso per indicare sia lo spazio fisico sia l’insieme dei suoi abitanti, comprendenti genti, stili architettonici, forme d’arte, lingue e costumi, diversi dall'una all'altra terra. Nel secolo XIII esso era ricorrente nelle opere di cronisti, giuristi (rifioriti da Irnerio e Marsilio da Padova) e poeti. Tra tutti bastano gli esempi di Dante Alighieri (1265-1321) e di Francesco Petrarca (1304-1374), che si riferirono all’Italia come a una realtà della cui identità e attualità nessuno dubitava. Nel 1344-1345 Petrarca scrisse accorato: “Italia mia, ben che il parlar sia indarno/ a le piaghe mortali/ che nel bel corpo tuo sì spesse veggio/, piacemi almen che i miei sospir sian quali/ spera il Tevere e l’Arno/ e ‘l Po, dove doglioso e grave or seggio”. Per il poeta “Ben provvide natura al nostro stato/ quando de l’Alpi schermo/ pose fra noi e la tedesca rabbia...”: dove “noi” sono gli “italiani” e i “tedeschi” erano tutti i popoli transalpini: franchi, germani, anglo-sassoni, slavi,... L’Italia faceva parte del Sacro romano impero, della comunità cristiana. Non aveva solo un bell’aspetto naturale ma anche una “personalità”, con molte certezze in più rispetto a Francia, Germania, Inghilterra. Era la culla della civiltà europea. Roma era stata e rimaneva il simbolo della fusione tra classicità e cristianità, tra Cicerone e Tommaso d’Aquino. Era la patria del diritto. Tornò a esserlo con maggior forza durante le crociate, soprattutto quando, nel 1204, pilotata dai veneziani per gli interessi propri anziché per quelli dei cristiani di Terra Santa, la Quarta Crociata conquistò Costantinopoli, vi abbatté la dinastia esistente e temporaneamente mutò l’Impero romano d’Oriente in Impero latino d’Oriente. La scoperta della filosofia greca attraverso la mediazione araba confermò nella cultura dell’epoca il primato di Roma. Però gli effimeri regni latini d'Oriente andarono tutti perduti sotto l'avanzata dei turchi, selgiucidi prima, ottomani poi.
Peste Nera, Turchi a Bisanzio, sfarzo e declino politico
Nel 1348-1350 nell’Europa occidentale dilagò la “peste nera”. Causò la morte di un terzo della popolazione. Le città murate si difesero vietando l’accesso a estranei sospetti ma il contagio vi divampò peggio che nelle campagne. In forza dei suoi “fondamentali economici”, del clima e di quanto rimaneva delle rete stradale omana, l’Italia si riprese più rapidamente di altri paesi europei. Vi fiori la civiltà del Rinascimento descritta da Richard Burckardt: guerre e crudeltà si alternarono alla creazione di splendide opere d’arte, alla diffusione della cultura e del piacere della vita, basato sull’intreccio fra ricchezza dei committenti ed elevata remunerazione della manodopera. Che cos’altro era il Rinascimento se non il ritorno di Roma e a Roma (a cominciare dai papi dopo i settant’anni di soggiorno ad Avignone, succubi dei re di Francia)? Leon Battista Alberti e uno stuolo di artisti, scrittori, politici, militari ripresero a pensare in latino. Nel 1453 Maometto II espugnò Costantinopoli e dilagò nei Balcani. La dirigenza cristiana fu annientata; la popolazione non sterminata nell'immediatezza della conquista si convertì o accettò la sottomissione all’islam e l suo Dio “clemente e misericordioso”. La Russia si proclamò poi erede di Costantinopoli. Mosca divenne la Terza Roma. Concentrata in lotta regionali e dilaniata da faide cittadine, l’Italia si scoprì tardivamente esposta all’invasione dei turchi ottomani. Nel 1454 i principali sovrani d’Italia pattuirono a Lodi la pace in nome del fronte unico contro il nemico. Un progetto che rimase sulla carta. Per decenni non era stato ascoltato l’appello di Costantinopoli. Anche i tentativi di riconciliare la chiesa di Roma con quella ortodossa dopo gli scismi (tuttora irreversibili) di Fozio (867) e di Michele Cerulario (1054) erano caduti nel vuoto. L’Italia ebbe il privilegio di accogliere studiosi che dall’Oriente vi recarono teologia, filosofia, letteratura, ma anche la percezione che prima o poi tutto finisce: quel sottile mal della vita che sfibrò e paralizzò anche i suoi statisti più colti. Fu il caso di Alfonso di Aragona e di Lorenzo de’ Medici, “il Magnifico”, celebrato come ago della bilancia della politica italiana. Nel “Trionfo di Bacco e Arianna” questi scrisse il testamento del Rinascimento: “Quant’è bella giovinezza/ che si fugge tuttavia! / Chi vuol esser lieto sia/ di doman non c’è certezza/ […] Ciascun suoni, balli e canti! […] Non fatica, non dolore […]”. Il Magnifico morì nel 1492, l’anno della scoperta dell’America, mentre era papa lo spagnolo Alessandro VI, un gigante politico, ma ricordato per qualche vizio capitale e per le imprese di suo figlio, Cesare, e della figlia, Lucrezia. Le grandi esplorazioni furono opera di italiani a servizio di Spagna e Portogallo: Cristoforo Colombo, Giovanni e Sebastiano Caboto, Amerigo Vespucci (che dette nome alle Americhe), Giovanni da Verrazzano, che tra altro scoprì la baia ove poi sorse Nuova Amsterdam, poscia ribattezzata New York, e Antonio Pigafetta, che per primo circumnavigò il mondo con Ferdinando Magellano e descrisse il viaggio. E la loro Italia? Ne parleremo.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: L'Imperatrice bizantina Teodora (500?-548), con i colori dell'Italia (Mosaico, Ravenna). Già cortigiana, nel 525 sposata da Giustiniano, favorevole ai monofisiti influì sulla vita politica, militare e religiosa dell'Impero. Propugnò la liberazione dell'Italia dal dominio degli Ostrogoti con campagne militari devastanti.